Queste sculture nascono dalla lunga ricerca dell'Essenza in se e soprattutto negli altri col fine di porsi, quanto meno, in ascolto.
L'intero gruppo scultoreo si intitola "Dialogo tra sordi".
In contrapposizione a quanto rappresentato secondo il mio lessico stilistico,
il titolo va a denunciare l'assenza di comunicazione o meglio,
l'incomunicabilità tra gli esseri umani. Viceversa, il gruppo scultoreo
dialoga perfettamente e in armonia con ogni singolo componente del gruppo. Ogni
scultura rappresenta un uomo che ha perso la propria identità figurativa del
corpo e del volto ma anche dell'impronta digitale, diventando pura
rappresentazione dell'Essenza. Così ogni individuo, spogliato da tutte le
maschere che lo nascondono, che lo proteggono, e che lo identificano
-confinandolo in una specifica identità- diventa, per una trasposizione di
significato, monolite. Ogni monolite racchiude in sé l’Essenza ma, da pietra
squadrata, lineare, miliare, è disponibile e aperto verso gli altri tanto da
rendere la propria Essenza fluida e fruibile in un atteggiamento di totalità.
Le impronte potrebbero essere
paragonate ad una serie di ritratti di persone che appartengono alla sfera
dell'artista, impronte - di persone che ti hanno toccato e di altre che hai
toccato tu nel corpo e nell'anima - come un sigillo fatto di segni, graffi,
solchi. È in questo dialogo fra passato e presente che le impronte perdono la
propria immagine riconducibile al reale per cercare la vera Essenza, come un
ritratto che si destruttura in favore di un'indagine introspettiva più
profonda, unica, intima, vera.
Ogni impronta
è quindi un invito a riscoprire volta per volta la singola essenza celata sotto
strati di incomprensioni e maschere, un invito a non fermarsi alla realtà
materiale, fenomenica, di ogni
persona, di ogni evento della vita e di ogni cosa, ma ad avventurarsi più giù, più in fondo, più sotto... ad
avvicinarsi il più possibile a quella che è appunto, l'Essenza.
Se potessi esprimermi con le parole lo farei
invece dipingo
Dipingere per me è meditare in silenzio.
Potrei paragonare i mie quadri a dei mandala.
Non mi servono quei falsi intellettualismi su cui si arrampicano
tanti artisti della mia generazione: artista si è e per “essere” io entro nella
materia.
Per questo la mia sintesi è essenza e materia.
Cos'altro serve dire?
Serve dire che voglio rappresentare ciò che è oltre l'apparenza
dettato dall'esperienza sensoriale? Descrivere in modo minuzioso il processo
che mi ha portato a dipingere un quadro ispirato ad un paesaggio per entrare in
quel meccanismo in cui l'essere umano entra in empatia con la natura, la fa
propria fino ad astrarla? Uscire, evadere, dalla rappresentazione oggettiva in
favore dei propri sentimenti?
Indubbiamente sono una pittrice astratta-metafisica ma che proviene
dal romanticismo e che è innamorata della luce leonardesca; lo devo dire per
affermare la mia provenienza culturale? Forse basta il mio passaporto.
Ma il mio modo di sentire va oltre questi schematici
intellettualismi ricercati e tanto ben definiti.
Picasso dice che dipingere è il mestiere di un cieco. Egli non
dipinge ciò che vede ma, ciò che pensa, cosa dice a se stesso per ciò che ha
visto.
Basta mettersi in ascolto.
E le persone questo lo sanno.
Per dipingere non servono parole.
Il mio approccio alla materia va oltre. È un modo più semplice e
sottile.
C'è chi le cose le dice, c'è chi le sa, c'è chi le vive.
Le mie opere sono vissute e percepite come dei mandala perché costruite
sull’archetipo dell’ordine interiore. Sono composti su schemi geometrici ben
precisi che poi deflagrano, esplodono, per poi ricomporsi in un ordine
compensatorio dimostrando l’inafferrabile relatività della vita.
Il cerchio rappresenta il mondo spirituale mentre il quadrato quello dell’uomo
e della terra. Per quanto riguarda la geometria delle forme e il loro dialogo
sulla tela mi rifaccio in parte alle idee espresse da Kandinskij nel suo Punto
Linea Superficie.
La tela, che solitamente è di forma
quadrata, è racchiusa idealmente da un cerchio che ne tange gli angoli. La
prima traccia segnata sulla superficie è una linea nera: una linea che urla
silenziosa e funge da orizzonte; dopo aver individuato il centro (un quadrato
interno), quattro rettangoli scompongono la tela partendo dai lati del
quadrato/nucleo interno verso l'esterno per poi scomporsi ed esplodere. I
rettangoli, inseguendosi in senso orario o antiorario, creano così una sorta di
vortice/spirale che accompagna chi osserva in un percorso che dalla superficie
dell'opera porta in profondità, penetrando i vari strati della materia grazie
ad un effetto prospettico. Per quanto concerne la prospettiva, invece, c’è la
volontà di eliminare la predominanza dello sguardo rivolto al centro creando un
secondo punto focale con l'utilizzo di un colore che attiri su di sé
l'attenzione dello spettatore (spesso il rosso o l'arancione).

Approfondendo ulteriormente l'analisi si riesce ad individuare, alla
radice, una sorta di struttura geometrica originaria, ricorrente nelle
simbologie di tradizioni culturali anche antitetiche, che seppur rielaborata e “camuffata” nei più
svariati modi e adattata ai più diversi significati, è però presente a livello
arcaico e archetipico nella storia dell'umanità.
In sintesi, alcuni elementi generalmente presenti (in tutti gli
uomini al di là della diversa cultura), appartengono alla struttura mentale
dell’individuo e diventano per questa caratteristica linguaggio universale.
In sostanza lavoro con un linguaggio collettivo ossia universale e
non individuale: è il deposito di esperienze ataviche a produrre
rappresentazioni simboliche. Senza presunzione... non ho la pretesa che le mie
opere siano recepite come tali, ma che per lo meno lo siano le loro potenzialità.
Come mandala, i miei quadri contengono una divisione minima quaternaria e confluiscono in un centro,
divenendo rappresentazione archetipica della totalità con l’idea dell’esistenza
di un centro, il Sé, al quale tutto confluisce e dal quale viene ordinato,
divenendo al tempo stesso fonte di energia ed Essenza.
Sulla tela viene rappresentata la
massima espressione di un conflitto interiore che conduce alla coscienza di sé
attraverso una continua ricerca alchemica, implicitamente intesa come esperienza
di crescita e processo di liberazione personale.
Essenza e Materia
Essenza e Materia non è solo il nome prescelto dall'artista per ovviare alla necessità di identificare una mostra: intrigante titolo attira curiosi. Non è neanche il vuoto applicarsi di parole – fin troppo pregne di significato – all'arte, con il fine di suggerire al fruitore una non meglio definita dimensione altra.
Essenza e Materia è una sintesi, o meglio, una ricerca del momento della sintesi, tra due dei più indagati interrogativi metafisici.
L'artista non fornisce risposte, mette a disposizione il suo sguardo e la sua capacità peculiare di tradurre lo sguardo stesso in immagine dando in prestito una possibile chiave di lettura del mondo circostante.
La materia smette qui di essere materia per riconciliarsi con l'essenza in una realtà che è sì materiale, certo, ma che si spinge al di là di se stessa costringendo l'immagine a rinascere dalle proprie macerie.
Sabbia, stucco, catrame, ghiaia, colla, carta, terra e colore si fondono insieme in una stratificata riproduzione di paesaggio informale che, da luogo fisico, diventa sulla tela astratta meta dell'anima. Materiali un po’ snobbati, certo non nobili, calpestati tutti i giorni nella quotidianità cittadina o marittima, spesso ignorati perché troppo presenti, raramente ammirati per la bellezza anziché per l'utilità, rinascono in un nuovo splendore: incanta infatti la lucentezza della pece sulla tela e si impone la presenza, prepotente, di ogni singolo sassolino di ghiaia, verticale su reti di metallo ramato.
La sede dell'esposizione non si presenta come bella cornice o mero contenitore bensì dialoga con le opere che ne diventano in questo modo parte integrante. I chiaroscuri della facciata gotico-romanica, le colonne e i rosoni suggeriscono all'artista il ritmo da seguire.
Entrando tra le mura centenarie del vecchio palazzo del comune, la scalinata di pietra traballante lascia indovinare al massimo la presenza costante di uno stormo di piccioni, non fa certo presagire nulla di ciò che si presenterà al suo interno. La porta semichiusa quasi intimorisce.."Ma è aperto?" "Sono nel posto giusto?"
Piano piano finalmente si apre e, per il contrasto con l'esterno, si resta quasi accecati dall'oscurità della sala. Gli occhi ci mettono un po' ad ambientarsi, l'atmosfera è mistica, quasi sacerdotale, si avverte subito una sensazione di straniamento e, per una sorta di tacita legge morale – infranta solo dai più recidivi - ci si impone di non rompere il silenzio.
Le grandi finestre sono oscurate da pannelli neri, la porta che da sul balconcino - costantemente preda dei flash dei turisti giù nella piazza – è tassativamente chiusa a chiave. Tutto è avvolto da una luce gialla, polverosa, quasi nebbiosa, che illumina solo le opere dando così l'impressione che galleggino senza peso.
Fuori la primavera chiassosa del terzo settore, dentro l'aura spirituale di un non luogo.
Sulla destra due grandi tele, paesaggi astratti, si stagliano l'una accanto all'altra raccontando con un'eco remota di macerie bruciate e disastri edilizi, quello che potrebbe forse essere o essere stato.
In tre trittici verticali si presenta poi una muraglia sospesa di colori caldi e tagli di terrazzamenti, che costituiscono le due ali esterne, mentre al centro fanno la loro comparsa tre grandi Essenze.
Nell'angolo in basso a sinistra della composizione di quadri è collocato Sassella, del 2008, un po' l'antesignano di tutta la ricerca presentata dall'artista in questa esposizione. L'opera, ispirata ai terrazzamenti valtellinesi, si trova ad essere il capostipite della lunga serie metamorfica delle impronte-essenze.
Impronte
Una volta superato lo shock luminoso e sonoro dell'ingresso nella pancia del Broletto, la prima cosa ad attrarre l'attenzione è una lunga striscia di quadrate cellule lucenti che dal pavimento attraversa tutta la sala fino ad arrampicarsi sulla parete contigua.
Come un percorso di briciole di pane per non smarrirsi nel proverbiale bosco, la linea tratteggiata di piccole impronte è un invito a riscoprire volta per volta la singola essenza celata sotto strati di incomprensione e maschere. Il percorso è sia metaforico che effettivo, non solo per chi osserva, ma per l'artista stessa che inizia la sua ricerca proprio viaggiando e guardandosi intorno. Così nasce l'idea di un'identità fondamentale tra quella che è la superficie terrestre e la superficie dell'essere umano: la terra, con i suoi solchi effimeri e irripetibili, e la pelle, unica e caratterizzante per ciascun individuo. Stesso discorso con le cortecce degli alberi che, osservate al microscopio, si fanno impronte digitali su un piccolo supporto di betulla. Ma la somiglianza non è più sufficiente all'artista che procede nella sua ricerca dello strato più nascosto dell'esistente, sia pittoricamente che verbalmente: quelle che chiamava impronte digitali diventano più semplicemente impronte per poi approdare allo stadio ultimo di Essenze.
Le Essenze rappresentano una sorta di auspicio, un invito a non fermarsi alla realtà materiale, fenomenale, della persona, ma ad avventurarsi più giù, più in fondo, più sotto... ad avvicinarsi il più possibile a quella che è appunto, l'essenza.
Quadro percorribile
Angolo a destra della grande sala. Inaspettata incarnazione tridimensionale della bidimensionalità di un quadro. Emerge una grande opera misteriosa.
Da davanti, in prospettiva, è la resa - dilatata all'estremo - di un quadro con le sue stratificazioni e l'alternarsi dei differenti ritmi dei materiali; avvicinandosi si scopre che il quadro è attraversabile, non solo allegoricamente, questa volta. Tra gli strati di materia sono lasciati dei passaggi in modo che non sia solo lo sguardo ad essere coinvolto, ma tutti i sensi, in un'ottica percettiva totalizzante. Passandoci in mezzo, i pannelli - sovrapposti come una serie di quinte teatrali - oscillano per lo spostamento dell'aria: si sentono, così, il fruscio della sabbia, lo stridio della ghiaia, il soffio dell'organza. Graffiano la pelle, le reti metalliche, e sembrano scottare sul palato, le superfici bruciate. Una musica ancestrale e una fragranza ottundente, create appositamente, completano il cerchio contribuendo a collocare in uno spazio non bidimensionale - come un quadro - , nemmeno tridimensionale - come una scultura - , bensì quadrimensionale - come non può non essere - rendendo esplicita la percezione temporale.
Saviana Camelliti
Jung
iniziò ad occuparsi di mandala quando, dopo i Septem Sermones, nel 1916 cominciò
a disegnarne alcuni, osservando come tutte le strade seguite, tutti i passi
intrapresi, riportavano sempre ad un solo punto, nel mezzo, nel centro, cioè all’individuazione:"
Ogni mattina schizzavo in un taccuino un piccolo mandala di segno circolare, un
mandala che sembrava corrispondere alla mia condizione intima di quel periodo
[...] Solo un po' per volta scoprii che cosa e' veramente il mandala [...] il
Sé, la personalità nella sua interezza". Ad un livello psicologico,
quindi, il mandala diviene una delle più importanti rappresentazioni
archetipiche delle totalità psichica, il Sé, vale a dire l'idea dell’esistenza
di un centro della personalità, di una sorta di punto centrale all'interno
dell'anima, al quale tutto sia correlato, dal quale tutto sia ordinato e il
quale sia al tempo stesso fonte d'energia. Tale energia si manifesta in una
spinta inconscia a divenire ciò che si è, permettendo in tal modo l’armoniosa
assimilazione di elementi inconsci con quelli consci, della luce con la propria
ombra, dell’integrazione delle componenti psicologiche femminili presenti nell’uomo
(anima) e di quelle maschili presenti nella donna (animus).
Ma il cerchio, la quaternità ed i mandala, pur essendo i simboli della
totalità psichica, sono in ultima istanza, una imago dei, vale a dire
simboli divini, poiché non è possibile distinguere il Sé e Dio: “ Il mandala
lo si ritrova in tutto il mondo ed esprime o la divinità o il Sé.
Psicologicamente i due termini sono strettamente collegati; il che non
significa che io creda che Dio è il Sé o che il Sé sia Dio. Affermo
semplicemente che tra di essi esiste una relazione psicologica. “ (Jung)
Oltre
a gli aspetti su citati, altrettanto importante è l’uso e il significato dei
colori. Come scrive Magda di Renzo, i colori stimolano associazioni, producono
effetti psichici, evocano esperienze primordiali, esprimono situazioni e stati
d’animo attraverso una dimensione simbolica, esplicitano le caratteristiche di
una cultura e rimandano all’universo archetipico. I colori, quindi,
vengono considerati come forze irradianti, energie che agiscono su noi in modo
positivo o negativo, indipendentemente dal fatto che ne siamo consapevoli
o meno.
Dal centro del mandala,
che ne rappresenta l'essenza, fluiscono le articolazioni successive verso
l'esterno, in un gioco di colori e sfumature sempre diverse, che sono
l'espressione della personalità di chi lo dipinge. Oltre alla fondamentale
interpretazione simbolica dei vari colori utilizzati, da tenere in debita
considerazione risulta la loro disposizione, la loro gradazione (nuance) e l’eventuale
esistenza di un colore predominante. Di converso, la scarsa colorazione può
essere un significativo indice di “freddezza” e “impoverimento” emotivo. Oltre
ad una sorta di “fotografia” della condizione psichica, come nel sogno anche
nelle colorazioni dei mandala la funzione principale è quella compensatoria:
l’inconscio, in pratica, produrrebbe simboli diretti alla compensazione dell’unilateralità
delle tendenze dell’Io, in modo da integrare sempre più i contenuti consci con
quelli inconsci, per giungere in tal modo ad un migliore equilibrio psichico.